Pausa
Da Trump, dall'Iran e dal referendum. Parliamo di altre tre cose: AI, clima e chi compra chi.
Ciao!
Quella di oggi è una vera Pausa.
È una pausa che torna al suo senso originale, quello per cui è nata più di un anno fa.
È una pausa che prova a fermare almeno per 20 minuti il rullo compressore di notizie che ha cominciato a travolgerci poco meno di un mese fa, quando Israele e Stati Uniti hanno deciso di attaccare l’Iran, nella notte tra il 27 e il 28 febbraio. Poche ore dopo è morto Ali Khamenei, la Guida Suprema dell’Iran. E da lì tutto è accelerato.
Bombardamenti, missili, droni, video del web fake e non, Dubai sotto attacco, centinaia di italiani impossibilitati a tornare a casa, il ministro Crosetto sorpreso in un teatro di guerra, i missili su Teheran, gli “abbiamo vinto” di Trump, i “dobbiamo andare avanti ancora” di Trump, lo stretto di Hormuz chiuso, poi no, poi sì, il petrolio e la benzina, il diesel e le accise, i decreti annunciati, posticipati e poi firmati, la pace, la diplomazia, basta la guerra brutta. E intanto il quorum, quelli che dicono sì e quelli che dicono no, chi dice di volersi togliere di mezzo la magistratura e chi lancia avvertimenti ai giornali, il sottosegretario in società con la figlia di una persona condannata per reati di mafia, le compagnie aeree che dicono di avere carburante per un mese, Trump che minaccia di distruggere le centrali elettriche iraniane se lo Stretto non riapre entro 48 ore, l’Iran che risponde colpendo le città vicine al centro nucleare israeliano, i missili su Dimona, quelli su Tel Aviv, i ponti sul Litani bombardati in Libano, Zelensky che dice che la guerra in Iran sta facendo vincere Putin, Bossi che muore, i funerali a Pontida, Salvini contestato, “bruciamo il tricolore” gridato mentre il feretro esce dalla chiesa, Giorgetti che dice “per cortesia”. E poi di nuovo il Brent a 112 dollari, lo spread che risale, la BCE che non taglia più i tassi, la stagflazione che non è più uno scenario ma una parola che sentiamo al telegiornale.
E tra qualche ora chiudono i seggi, e si riparte con le analisi e gli scenari e le conseguenze e le dichiarazioni.
Ecco, fermiamoci.
Questa settimana Pausa non vi racconta la guerra. L’abbiamo fatto per tre numeri di fila - il contesto, le basi militari, lo Stretto di Hormuz - e lo rifaremo. Ma oggi facciamo la cosa per cui questa newsletter esiste: ci fermiamo e alziamo lo sguardo dal flusso.
In queste settimane sono successe un po’ di cose importanti. Cose che in tempi normali avrebbero occupato le prime pagine per giorni. Ma non sono tempi normali - sono tempi in cui un referendum sulla Costituzione rischia di trovare poco spazio perché ci sono dei missili diretti verso siti di ricerca nucleare in Medio Oriente. E così il resto un po’ si perde. Non perché meno importante. Ma perché meno rumoroso.
E allora proviamo a ripescare tre storie che il rumore ha coperto - sull’intelligenza artificiale, sul clima, sull’economia italiana - e che si sono decise, o hanno fatto passi enormi, mentre noi eravamo tutti con gli occhi su un pezzo di mare largo 33 chilometri.
Cominciamo.
P.s.: da Substack potete anche ascoltare questa newsletter, non solo leggerla.
E Comunque… Pausa fa parte dell’ecosistema informativo di Rassegnally ed è il luogo in cui uniamo i puntini dell’attualità. Quei puntini li mette in fila ogni sera Benny, con un vocale di tre minuti dritto sul tuo WhatsApp - come se un amico che ne sa ti raccontasse la giornata. Si chiama Comunque, e molte delle storie che leggi qui nascono lì. Unisciti al canale.
1. L’AI Act europeo è più AI e meno Act
Mentre eravamo tutti a seguire il prezzo del petrolio e a prepararci per il referendum, in Europa si è presa una decisione importante sul futuro dell’intelligenza artificiale. Una di quelle decisioni che - chissà - magari tra qualche anno guarderemo all’indietro e diremo: ecco, lì si è scelto che direzione prendere. E forse, per una volta, l’UE le mani ce le ha slegate invece di legarcele con un altro nodo. E non mi sembra che se ne sia parlato più di tanto.
Partiamo dal contesto. L’AI Act - la legge europea sull’intelligenza artificiale - fu approvata nel 2024 e venne celebrata come “la prima regolamentazione completa sull’AI al mondo”. Il modello che tutti gli altri avrebbero dovuto seguire. La legge che avrebbe reso l’Europa il punto di riferimento globale su come governare l’intelligenza artificiale. Ma allo stesso tempo è la legge che ha attirato infiniti meme sull’UE che norma invece di abilitare, che regolamenta invece di incentivare.
Ecco, quella legge è stata ammorbidita. Parecchio.
Piccola spiega numero 1 di questa sezione, sul processo legislativo dell’Unione Europea.
Nell’UE le leggi si cambiano in due passaggi: prima il Consiglio dell’Unione Europea - dove siedono i governi dei 27 paesi membri - trova un accordo sulla sua posizione. Poi il Parlamento europeo vota la sua. Quando entrambi hanno una posizione, negoziano fino a trovare un compromesso.
Nelle ultime due settimane sono successi entrambi i passaggi: il Consiglio ha trovato il suo accordo il 13 marzo, le commissioni competenti del Parlamento hanno votato il 18 marzo. La plenaria del Parlamento voterà il 26 marzo. Dopodiché cominceranno i negoziati. La direzione, però, è già chiara. E la direzione è: più tempo, meno vincoli.
Piccola spiega numero 2 di questa sezione, per chi si è perso le puntate precedenti sull’AI Act. L’AI Act funziona a livelli di rischio:
ci sono sistemi AI vietati del tutto (tipo il social scoring alla cinese),
sistemi ad alto rischio che devono rispettare regole severe (tipo quelli che selezionano candidati per un lavoro o decidono se darti un mutuo),
e tutto il resto che è sostanzialmente libero.
Le regole più pesanti - quelle sui sistemi ad alto rischio - dovevano entrare in vigore il 2 agosto 2026. Cioè tra quattro mesi. Il problema? La Commissione europea non ha ancora pubblicato gli standard tecnici che le aziende devono seguire per essere in regola. Detta male: ti ho detto che devi superare un esame, ti ho dato la data, ma non ti ho ancora detto il programma.
E quindi il Parlamento sta dicendo: rinviamo tutto. Per i sistemi ad alto rischio (che coinvolgono la biometria) il Parlamento propone un rinvio a dicembre 2027. Per quelli integrati in prodotti - un’auto a guida autonoma, un dispositivo medico, che sono quindi coperti da altre normative europee sulla sicurezza e sorveglianza del mercato - propone agosto 2028. Insomma, è un anno e mezzo in più. In un settore in cui un anno e mezzo è un’era geologica. O forse due. Tanto che questo rinvio suona quasi come una resa temporanea.
Ma oltre al rinvio ci sono altre cose dentro questo pacchetto che meritano attenzione.
La prima: le esenzioni che prima valevano solo per le piccole e medie imprese ora valgono anche per le “piccole mid-cap” - aziende fino a 1.500 dipendenti. Tradotto: una fetta molto più larga di aziende europee avrà regole più leggere.
La seconda: il Parlamento europeo, che ha votato il 18 marzo, ha inserito il primo divieto esplicito sui deepfake sessuali non consensuali generati con l’AI. Questo arriva dopo il caso Grok - il chatbot di X, la piattaforma di Elon Musk - che generava immagini esplicitamente sessuali di persone reali, inclusi minori, senza il loro consenso. L’UE ha aperto un’indagine, X ha dovuto bloccare la funzione in Europa.
La terza è la questione dei watermark - quei segnali che dovrebbero permettervi di capire se un'immagine, un video o un testo che vedete online è stato generato dall'AI o no. Anche su quelli, più tempo: la scadenza slitterebbe a novembre 2026.
La quarta, più sottile: i poteri dell’AI Office europeo - l’organismo che dovrebbe vigilare su tutto questo - vengono rafforzati. Ma 48 associazioni industriali europee hanno scritto una lettera al Parlamento e al Consiglio chiedendo ancora più alleggerimenti, dicendo che le aziende europee stanno affogando sotto “due o tre strati di regolamentazione sovrapposti”. L’Europa si trova nella posizione scomodissima di dover scegliere tra proteggere i cittadini e non soffocare le aziende. E al momento sembra aver scelto di allentare la presa.
Fin qui l’Europa. Ora guardiamo dall’altra parte dell’oceano, perché nello stesso identico momento succedeva qualcosa di molto diverso.
Il 16 marzo, a San Jose, in California, si è tenuto il GTC, la conferenza annuale di Nvidia, l’azienda che vale di più al mondo. Più di Apple, più di Microsoft. Produce i chip su cui gira praticamente tutta l’intelligenza artificiale del pianeta. Sono chip costruiti inizialmente per i videogiochi, più veloci a “renderizzare” i mondi virtuali in 3d perché elaborano le informazioni in parallelo: guarda caso, è esattamente lo use case perfetto per i modelli AI. E quindi ecco che i chip GPU sono diventati il must-have per tutte le aziende sviluppatrici di modelli (da OpenAI ad Anthropic). Ne ho parlato diffusamente in questa Pausa di qualche mese fa:
Ecco perché il suo CEO, Jensen Huang - giacca di pelle nera, sempre, anche se fuori ci sono 30 gradi - è diventato una specie di oracolo della Silicon Valley. Quando parla lui, il settore tech ascolta.
E quello che ha detto questa volta è grosso. Con una premessa doverosa: come detto, Huang vende i chip su cui girano gli agenti AI. Quando dice che il futuro è negli agenti, sta anche dicendo che il futuro è nei suoi chip. È l’oste che parla del vino. Però è un oste che il vino lo fa davvero buono, e che guida l’azienda con più valore al mondo - quindi ignorarlo sarebbe altrettanto sbagliato che prenderlo per oro colato. Teniamolo a mente.
“Every company in the world today needs to have an agentic system strategy. This is the new computer. This is as big of a deal as HTML, as big of a deal as Linux”.
Ogni azienda del mondo deve avere una strategia per i sistemi ad agenti. Questo è il nuovo computer. È “grossa” quanto l’HTML, quanto Linux. Sono i due pilastri su cui è stato costruito internet e il software moderno. Huang sta dicendo che gli agenti AI sono il prossimo pilastro di quella stessa grandezza.
Ma cosa sono questi agenti?
Spiega facile. Quando usate ChatGPT per chiedere una ricetta, quello è un chatbot: voi chiedete, lui risponde. Un agente AI è diverso: è un programma che ragiona, pianifica e agisce da solo. Non risponde a una domanda - esegue un compito. Gli dici “organizzami il viaggio a Lisbona per quattro persone a maggio, budget 2.000 euro, volo da Milano” e lui cerca i voli, confronta i prezzi, prenota l’albergo, vi manda l’itinerario. Senza che voi facciate niente. Ora immaginate questo applicato non a un viaggio, ma al lavoro di un’azienda. Alla contabilità. Alla logistica. Al marketing. Alla scrittura di codice.
Ed ecco la visione di Huang: tra dieci anni, dice, Nvidia avrà 75.000 dipendenti umani e 7,5 milioni di agenti AI. Cento agenti per ogni persona. E ha aggiunto una cosa che ha fatto drizzare le orecchie a tutta la Silicon Valley: in futuro ogni ingegnere riceverà, oltre allo stipendio, un budget annuale in “token AI” - le unità di calcolo che servono per far funzionare gli agenti. Come se il tuo datore di lavoro, oltre ai soldi, ti desse una squadra di assistenti digitali da gestire. Più token hai, più sei produttivo, più vali. E su questo ne ha detta un’altra, all’All-In Podcast: “Se quell’ingegnere da 500.000 dollari non ha consumato almeno 250.000 dollari in token, sarò profondamente allarmato”.
Ora, quanta di questa visione è futuro reale e quanta è marketing? Un po’ di entrambe le cose, probabilmente. Ma i numeri di chi non ha chip da vendere dicono cose simili: il 62% delle organizzazioni mondiali sta già sperimentando con agenti AI, secondo McKinsey. La stessa McKinsey - che di chip non ne vende - ha 25.000 agenti AI che lavorano accanto ai suoi 40.000 dipendenti umani. Goldman Sachs stima che l’AI potrebbe automatizzare il 25% di tutte le ore lavorate negli Stati Uniti.
Ora, mettiamo insieme le due cose.
Da una parte l’Europa che dice: non siamo pronti a normare, ci servono più tempo e regole più morbide. Dall’altra gli Stati Uniti dove il CEO dell’azienda più grande del mondo dice: il futuro è adesso, ogni azienda deve muoversi immediatamente e chi non lo fa resterà indietro.
Non vuol dire che uno dei due abbia ragione e l’altro torto. L’Europa ha ragioni serie per voler regolamentare: i deepfake, i sistemi che decidono chi assume e chi licenzia, gli algoritmi che stabiliscono se sei un buon pagatore. Sono cose che riguardano la vita delle persone e che qualcuno deve governare. E forse noi non vogliamo diventare un posto in cui scopri che un algoritmo ti ha scartato da un colloquio di lavoro e non hai nessuno a cui dirlo. Ma il rischio è sempre quello: che mentre l’Europa governa, il resto del mondo corra. E che le aziende europee - le nostre aziende - si trovino a competere con le mani legate contro chi non ha nessun vincolo.
E qui aggiungiamo un ultimo punto per questa sezione: sempre il 18 marzo - stesso giorno in cui il Parlamento votava sull’AI Act - la Commissione europea ha presentato la proposta (sottolineo proposta) per EU Inc., una nuova forma societaria europea con cui aprire un’azienda in 48 ore, online, per meno di 100 euro, valida in tutti i 27 paesi dell’Unione. Una specie di Delaware europeo. Va nella stessa direzione di cui parlavamo sopra: meno lacci, più infrastruttura per innovare. Se volete capire cos’è e perché potrebbe cambiare le cose, l’abbiamo spiegato in un agile carosello:
2. Il clima non aspetta
La seconda tappa di oggi è una notizia che ogni mese esce, ogni mese è enorme, e ogni mese sparisce nel giro di un pomeriggio. Il 9 marzo Copernicus - il servizio europeo di monitoraggio climatico, quello che fornisce i dati su cui si basano praticamente tutti quando parlano di clima - ha pubblicato il bollettino di febbraio.
Febbraio 2026 è stato il quinto più caldo mai registrato a livello globale. La temperatura media è stata di 1,49°C superiore ai livelli preindustriali. Un grado e mezzo. Quella soglia che nel 2015, quando fu firmato l’Accordo di Parigi, sembrava lontanissima e che adesso sfioriamo ogni mese come fosse normale.
E qui c’è il paradosso che rende tutto più difficile da raccontare - e da capire.
Perché se febbraio è stato il quinto più caldo a livello globale, in Europa è stato uno dei tre febbrai più freddi degli ultimi quattordici anni. Sì, più freddo. Chi vive a Milano, a Berlino, a Stoccolma ha avuto un febbraio genuinamente freddo. E questo è il problema numero uno della comunicazione sul clima: il riscaldamento globale non significa che fa più caldo ovunque, sempre, ogni giorno. Significa che il sistema nel suo complesso si scalda - gli oceani, le medie annuali, i poli - ma che localmente può fare un gran freddo. E quando fa un gran freddo così, la persona che esce di casa la mattina fa molta fatica a credere che il pianeta si stia scaldando.
Il problema è che i numeri non hanno questo problema. Non sentono freddo.
La temperatura della superficie del mare a febbraio ha raggiunto il secondo valore più alto mai registrato per quel mese. Il ghiaccio marino artico è al terzo minimo storico. L’inverno boreale nel suo complesso - da dicembre a febbraio - è il quinto più caldo di sempre. E per la prima volta nella storia la media di un triennio - 2023, 2024, 2025 - ha superato la soglia di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali. Non un mese. Non un anno particolarmente sfortunato. Tre anni di fila.
E poi ci sono le cose che si vedono. I cosiddetti “fiumi atmosferici” - fasce strette di aria cariche di umidità che attraversano il cielo ad alta quota - hanno scaricato precipitazioni record su mezza Europa occidentale a febbraio. Francia, Spagna, Portogallo, Marocco: inondazioni, frane, danni, vite perse. In Italia la Sardegna ha ricevuto il doppio della pioggia attesa - precipitazioni invernali mai viste dalla metà del secolo scorso in quella regione.
Tutto questo mentre il mondo, comprensibilmente, parla di missili e petrolio. Il petrolio prima o poi finirà di essere una crisi acuta - lo Stretto riaprirà, i prezzi si stabilizzeranno, le accise verranno ritoccate. I dati di Copernicus escono ogni mese. Ogni mese dicono la stessa cosa - un po’ peggio del mese prima. E ogni mese trovano meno spazio.
3. Lo shopping di UniCredit e Poste
La terza tappa di questa Pausa è una tappa che, in tempi meno interessanti, sarebbe stata certamente l’apertura di prima pagina per una settimana.
E non è un’esagerazione. Nel 2005, quando UniCredit lanciò l’offerta su HVB - la seconda banca tedesca per capitalizzazione - i giornali italiani ne parlarono per settimane. Il Sole 24 Ore gli dedicò l’apertura e pagine su pagine di analisi, il Corriere fece titoloni sulla “conquista” italiana della banca bavarese. Era la nascita del primo vero gruppo bancario europeo, una cosa mai vista, un’azienda italiana che comprava una delle banche più importanti di Germania. Fu una notizia enorme.
L’offerta andò in porto. UniCredit si prese HVB. E poi? Poi fece quello che succede spesso: tagliò. Due terzi della forza lavoro, centinaia di filiali chiuse, la banca ridotta - come l’ha descritta Reuters - “all’ombra di sé stessa”. Da Monaco arrivarono le proteste, i sindacati parlarono di tradimento, i politici bavaresi di errore storico. Sotto la guida di Orcel, negli ultimi anni, UniCredit ha anche cambiato la forma giuridica di HVB, togliendo lo status di “AG” - che proteggeva l’indipendenza del consiglio di amministrazione - per sostituirlo con una “GmbH” che dà più potere all’azionista. HVB oggi è una controllata efficiente e profittevole. Ma non è più la banca che era.
Ecco perché quando, a settembre 2024, UniCredit ha cominciato a comprare azioni di Commerzbank - l’altra grande banca tedesca - in Germania si sono accesi un po’ di allarmi. E se avete la sensazione di aver già sentito questa storia mille volte, è perché è così: è un assedio che dura da un anno e mezzo.
Orcel, l’ad di UniCredit, ha costruito la partecipazione pezzo per pezzo, salendo piano, prima al 9%, poi oltre il 20%, poi al 26%, sempre restando appena sotto la soglia del 30% che avrebbe fatto scattare l’obbligo di un’offerta pubblica per acquistare tutta la banca. A ogni passaggio: titoloni, reazioni della Germania, dichiarazioni anche della politica, poi silenzio. Poi un altro pezzo. Poi altri titoloni. Un valzer lentissimo.
Quello che è successo questa settimana è diverso. UniCredit ha lanciato un’offerta formale - un’offerta pubblica di scambio da 35 miliardi - per superare quella soglia del 30%. L’agenzia Standard & Poor’s l’ha letta come “la conferma che UniCredit continua a perseguire un accordo più ampio e trasformativo”. Se andasse fino in fondo, nascerebbe il secondo gruppo bancario europeo dopo Santander, con 125 miliardi di capitalizzazione.
Le reazioni? Le stesse di sempre, ma forse un tono più su.
Merz ha detto che vuole “mantenere l’indipendenza di Commerzbank”, ma ha aggiunto - e qui la sfumatura conta - che “la questione riguarda i due soggetti interessati”. Non è un’apertura. Ma non è nemmeno un muro.
Orlopp, la CEO di Commerzbank, ha detto che i colloqui avranno senso quando UniCredit presenterà un piano concreto. Non è un sì. Ma è la prima volta che non è un no secco.
Il 17 marzo Il Sole 24 Ore ci ha aperto. Ma doveva dividersi la prima pagina con “L’ira di Trump per il no europeo sulle navi a Hormuz”.
E poi, rullo di tamburi, mentre scrivevo questa Pausa, è arrivata un’altra notizia di M&A, ovvero le operazioni finanziarie in cui le aziende si uniscono o si “compravendono”. Freschissima, di domenica sera: Poste Italiane ha lanciato un’offerta per comprare l’intero capitale di Telecom Italia. Tutto. Il 100%. Obiettivo: fondere le due aziende, togliere TIM dalla Borsa e creare un unico gruppo da 26,9 miliardi di euro di ricavi e oltre 150.000 dipendenti. Valore dell’operazione: 10,8 miliardi.
Ok, fermiamoci un secondo a capire cosa significa.
Poste era già il primo azionista di TIM dal 2025 - aveva comprato il 24,81% da Vivendi, il gruppo francese che per anni aveva controllato l’ex compagnia telefonica statale. Negli ultimi mesi le due aziende avevano cominciato a collaborare: PosteMobile era migrata sulla rete TIM, i negozi TIM avevano cominciato a vendere prodotti Poste, si parlava di sinergie nell’energia e nelle assicurazioni. Ma un conto sono le sinergie. Un altro conto è: ti compro tutto.
E qui c’è il punto che conta: Poste Italiane è controllata dallo Stato italiano, attraverso il Ministero dell’Economia e Cassa Depositi e Prestiti, che ne detengono insieme il 64,26% di azioni. Se l’operazione va in porto, lo Stato diventa azionista di maggioranza del nuovo gruppo con oltre il 50%. Telecom Italia - l’azienda che per trent’anni è stata il simbolo delle privatizzazioni italiane, passata di mano in mano tra Colaninno, Tronchetti Provera, i fondi americani e i francesi di Vivendi - tornerebbe sotto il controllo pubblico. Agenda Digitale, già un anno fa quando Poste aveva comprato “solo” il 24,81%, l’aveva definita “di fatto una quasi rinazionalizzazione”. Con un’OPAS totalitaria sul 100%, il “quasi” si può togliere.
Due operazioni enormi nella stessa settimana. Una banca italiana che prova a prendersi una banca tedesca, di nuovo, ventuno anni dopo. Lo Stato italiano che si riprende la compagnia telefonica nazionale.
Bonus sport italiano anche senza Olimpiadi
Poche settimane dopo le 30 medaglie di Milano Cortina ci siamo già abituati a vincere, e la cosa è pericolosa perché poi non ci facciamo più caso. Quindi ecco cosa è successo solo in questa settimana, mentre guardavamo altrove.
A Lillehammer, alle Finals di Coppa del Mondo di sci, l’Italia ha vinto quattro gare su quattro. Sabato Laura Pirovano e Dominik Paris in discesa. Domenica Paris di nuovo e Sofia Goggia in superG. Paris a quasi 37 anni fa la doppietta per il secondo anno di fila sulla stessa pista - vittoria numero 26 in carriera e la 200esima in assoluto per lo sci maschile azzurro. Pirovano si è portata a casa la Coppa del mondo di discesa - lei che fino a due mesi fa non aveva mai vinto una gara in carriera. E Goggia ha vinto gara e Coppa del mondo di superG - la prima della sua carriera in questa disciplina, la quinta di specialità dopo le quattro in discesa.
Ai Mondiali di atletica indoor di Nanchino, Nadia Battocletti ha vinto l’oro nei 3.000 metri e Zaynab Dosso nei 60 metri. Due ori in due giorni.
Lisa Vittozzi ha chiuso la stagione di biathlon vincendo la mass start di Oslo.
Poi non è italiano, ma in Italia il ciclista più forte del mondo, Tadej Pogacar, ha vinto la Milano-Sanremo, la prima della carriera, in un finale epico.
Ci vediamo settimana prossima. E chissà se la Costituzione, quando leggerete queste righe, sarà ancora quella di stamattina. O se un suo pezzettino sarà cambiato.
Bonus quelli di rassy
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