Basi
Teheran brucia, l'Iran bombarda tutti intorno, il Trio delle Azzorre, Sigonella e Aviano, la Cina assente. le basi per capire il contesto di questi giorni
Alcuni video che ho visto sabato notte li ho scartati perché temevo fossero stati generati con l’AI. O tratti da videogiochi e spacciati per veri. Era già successo, quattro anni fa, poche settimane dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. Ricordo il video di un caccia che abbatteva una decina di aerei russi: divenne famoso come il Fantasma di Kiev e invece si scoprì che era appunto la clip di un videogioco.
Ecco, alcuni video da Teheran sabato notte sembravano falsi da quanto erano potenti.
I video facevano vedere tutti la stessa cosa: colonne di fumo nero e fiamme che divampavano in zone diverse di Teheran. Israele ha colpito per la prima volta dall’inizio di questa guerra le infrastrutture petrolifere iraniane: quattro depositi di carburante nella capitale e uno nella vicina Karaj.
Risultato: non solo il cielo in fiamme, ma anche petrolio che fuoriesce nelle fogne e incendia le strade, e poi, domenica mattina, la pioggia nera sulla capitale iraniana: gocce sature di combustibile che cadono dalle nubi di fumo.
Dall’altra parte, l’Iran continua a sparare. Non solo contro Israele e le basi americane, ma contro Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati Arabi e ancora ieri notte Dubai. E arriviamo alla nostra prima domanda di oggi: perché l’Iran spara a tutti?
Intanto, mercoledì scorso, in Italia, il ministro della Difesa Crosetto ha detto alla Camera che l’attacco americano e israeliano all’Iran è stato commesso “fuori dal diritto internazionale”. Poi l’ha toccata piano: “Siamo sull’orlo dell’abisso”. Meloni, intanto, diceva che nessuno ci ha chiesto di usare le basi militari e che se qualcuno lo facesse “decideremo con il Parlamento”.
Al centro di tutto, ma proprio di tutto in questo momento, ci sono proprio quelle due parole: basi militari.
Le basi americane in Italia - da Aviano a Sigonella. Quelle in Spagna, da cui il premier Sanchez ha cacciato 15 aerei americani dopo aver detto “no alla guerra” - facendosi chiamare “loser” da Trump. Quelle in Gran Bretagna, che Starmer ha aperto a operazioni “difensive” - e che l’Iran ha colpito con un drone a Cipro il giorno dopo.
Sia Sanchez che Starmer, per giustificare le loro posizioni, hanno citato la stessa cosa: il Trio delle Azzorre. Espressione che a molti magari dice poco. Ma è proprio da lì che partiamo.
Perché per capire cosa sta succedendo oggi (alle basi, all’Italia, all’Europa di fronte a questa guerra) bisogna tornare a un’isola portoghese, ventitré anni fa, dove tre leader decisero di entrare in una guerra che avrebbe cambiato il mondo. Che la Spagna ha pagato con 193 morti in una stazione di Madrid. E che l’Italia ha pagato con Nassiriya.
Mettiamo in fila i puntini e cerchiamo di capirci qualcosina in più.
E Comunque… Pausa fa parte dell’ecosistema informativo di Rassegnally ed è il luogo in cui uniamo i puntini dell’attualità. Quei puntini li mette in fila ogni sera Benny, con un vocale di tre minuti dritto sul tuo WhatsApp - come se un amico che ne sa ti raccontasse la giornata. Si chiama Comunque, e molte delle storie che leggi qui nascono lì. Unisciti al canale.
Il Trio delle Azzorre
16 marzo 2003.
Isole Azzorre, Portogallo - in mezzo all’Atlantico.
Tre leader siedono allo stesso tavolo: il presidente degli Stati Uniti George W. Bush, il primo ministro britannico Tony Blair e il primo ministro spagnolo José María Aznar. Il padrone di casa, il portoghese Barroso, ospita e media. Il vertice dura poche ore, ma quello che ne esce cambia la storia: di fatto, in quella stanza si decide l’invasione dell’Iraq.
La foto dei tre - Bush, Blair, Aznar - diventa un’icona. Viene battezzata “il Trio delle Azzorre” e il nome entra nel vocabolario politico europeo come sinonimo di una scelta che non si può più ritirare.
Recap velocissimo: 18 mesi dopo l’11 settembre 2001, l’intelligence americana e britannica sosteneva che Saddam Hussein, presidente dell’Iraq, avesse armi di distruzione di massa e che rappresentassero una minaccia imminente. Su quella base, i tre leader decisero di bypassare il Consiglio di Sicurezza dell’ONU - dove Francia e Russia avrebbero messo il veto - e di andare avanti con un’”alleanza dei volenterosi” di cui faceva parte anche l’Italia. L’invasione partì il 20 marzo, quattro giorni dopo.
Spoiler: le armi di distruzione di massa non le trovarono mai. Nel 2016, il rapporto Chilcot - un’inchiesta indipendente durata sette anni - concluse che Blair aveva portato il Regno Unito in guerra su basi inadeguate e che l’intelligence era stata, nella migliore delle ipotesi, gravemente sopravvalutata. 179 soldati britannici morirono in Iraq. Decine di migliaia di civili iracheni.
Per la Spagna le conseguenze furono ancora più dirette. L’11 marzo 2004 - un anno dopo le Azzorre - Al Qaeda fece esplodere dieci bombe sui treni pendolari della stazione di Atocha a Madrid. 193 morti, oltre 2.000 feriti. Il più grande attentato terroristico nella storia del paese fu una ritorsione per la partecipazione spagnola alla guerra in Iraq. Tre giorni dopo si votò. Aznar perse.
E l’Italia? L’Italia di Berlusconi mandò truppe in Iraq. Il 12 novembre 2003, un camion-bomba colpì la base italiana di Nassiriya, nel sud del paese. 19 italiani uccisi - 12 carabinieri, 5 soldati dell’esercito, 2 civili.
Ecco perché Sanchez, mercoledì 4 marzo, in un discorso alla nazione di dieci minuti, ha detto esattamente questo: “Il mondo è già passato di qui. Ventitré anni fa un’altra amministrazione americana ci condusse in una guerra ingiusta. La guerra in Iraq generò un drastico aumento del terrorismo e una grave crisi migratoria ed economica. Quello fu il regalo del Trio delle Azzorre: un mondo più insicuro e una vita peggiore.”
Starmer da Londra, stessa settimana, stesse parole chiave: “Ricordiamo gli errori dell’Iraq”. Con una differenza: Starmer, dopo averlo detto, ha comunque aperto le basi britanniche alle operazioni americane. E ciononostante, si è beccato un bel “Non parliamo mica di Winston Churchill” da parte di Trump. Poi ha anche annunciato che invierà due portaerei in Medio Oriente, e Trump gli ha detto che non ha bisogno di gente che si unisce alle guerre dopo che sono state vinte”.
Ora, tornando a noi, il parallelo Iraq 2003 / Iran 2026 ha dei limiti importanti. L’Iraq fu una guerra costruita su un dossier di fatto falso: le armi di distruzione di massa non esistevano, Saddam Hussein non aveva legami con l’11 settembre. L’Iran del 2026 è una storia diversa. Il programma nucleare iraniano è reale e documentato dall’AIEA. L’Iran è il primo stato sponsor di gruppi armati nella regione - Hezbollah, Hamas, milizie in Iraq e Yemen - come abbiamo visto nella scorsa puntata di Pausa. Le proteste di gennaio, con migliaia di morti, sono un fatto, non un pretesto fabbricato dall’esterno. Questo non giustifica automaticamente la guerra, anzi, ma rende il paragone un filo meno lineare di come lo presentano Sanchez e Starmer e ci permette di avere un po’ più di contesto.
Ma che cosa sono le basi militari?
Ok, abbiamo parlato di Sanchez, di Starmer, di Trump, di Meloni. Tutti parlano di basi. Tutti discutono se usarle o no, se aprirle o chiuderle, se dire sì o dire no agli americani e per fare cosa. Ma facciamo un passo indietro e cerchiamo di capire cosa sono queste basi, quante sono, come funzionano, chi decide cosa ci si fa.
Partiamo dal numero che rende tutto il resto più chiaro.
🇺🇸 Gli Stati Uniti mantengono almeno 750 installazioni militari in oltre 80 paesi. 173.000 soldati americani sono schierati permanentemente fuori dai confini nazionali. Il 70%-85% di tutte le basi militari straniere al mondo sono americane. I paesi che ne ospitano di più: Giappone (120 basi, 53.000 soldati), Germania (119 basi, 34.000 soldati), Corea del Sud (73 basi, 26.000 soldati).
🇨🇳 La Cina - seconda potenza militare mondiale, prima economia manifatturiera del pianeta - di basi all’estero ne ha due. Non duecento. Proprio due. Una a Gibuti, nell’Africa orientale, dal 2017. Una in Cambogia, aperta nel 2024. Due contro circa ottocento. Questo numero ci servirà tra poco.
E l’Italia? L’Italia è tra i principali paesi ospitanti in Europa. Ecco le installazioni americane più importanti sul nostro territorio:
Aviano (Friuli Venezia Giulia). Base aerea dell’Air Force, da qui operano gli F-16 americani per le operazioni NATO nel Mediterraneo e oltre. È da Aviano che partirono i bombardieri durante la guerra in Kosovo nel 1999.
Sigonella (Sicilia). Naval Air Station, la più grande base di droni del Mediterraneo. Da qui gli americani sorvegliano tutto il Nordafrica e il Medio Oriente. È uno snodo di intelligence cruciale - e ha un precedente storico che vale la pena ricordare.
Ottobre 1985. Un gruppo di terroristi palestinesi dirottò la nave da crociera Achille Lauro nel Mediterraneo, uccidendo un passeggero americano. Dopo giorni di trattative, i dirottatori accettarono di lasciare la nave in Egitto in cambio di un salvacondotto. Gli americani non ci stettero: intercettarono l’aereo egiziano che li trasportava con i caccia e lo costrinsero ad atterrare a Sigonella. Ma quello che successe dopo è unico nella storia dei rapporti Italia-USA. Il governo Craxi rivendicò la giurisdizione italiana: quei terroristi erano atterrati sul suolo italiano e spettava all’Italia giudicarli. I carabinieri circondarono i soldati americani della Delta Force, armi in pugno. Per qualche ora, a Sigonella, due eserciti alleati si puntarono le armi addosso. L’Italia disse no agli Stati Uniti, fisicamente, nella propria base.
Camp Darby (Toscana, tra Pisa e Livorno). Il più grande deposito di armi e munizioni americano fuori dagli Stati Uniti. Sì, il più grande arsenale americano al di fuori dei confini nazionali si trova in Toscana. Da Camp Darby passano le forniture per tutte le operazioni americane in Europa, Africa e Medio Oriente.
A Gaeta, nel Lazio, c’è la base della Sesta Flotta - il comando navale americano per tutto il Mediterraneo.
Poi ci sono le installazioni NATO multilaterali, come il Comando Alleato di Lago Patria, vicino Napoli - il quartier generale delle forze NATO per il fianco sud dell’Alleanza.
Ecco, questa è la mappa. Ma la parte che manca da capire è:
Come funzionano
Non sono tutte uguali. Ci sono basi a gestione esclusiva americana (Camp Darby), basi in co-uso con gestione condivisa Italia-USA (Aviano, Sigonella) e basi NATO multilaterali (Lago Patria). Ognuna ha regole diverse. Gli accordi bilaterali che regolano la presenza americana risalgono al 1954 e sono stati aggiornati più volte, da ultimo nel 1995.
E qui c’è un’altra cosa importante: quegli accordi sono coperti da segreto di Stato.
Sono sottratti alla legge che prevede che tutti gli accordi internazionali siano resi pubblici. Tradotto: le regole che stabiliscono cosa gli americani possono e non possono fare nelle basi italiane esistono, le conoscono i ministri competenti e i vertici militari, ma noi - cittadini, giornalisti e anche parlamentari - non possiamo conoscerle nel dettaglio.
Per due volte si è provato a cambiar le cose. La prima nel 1998, dopo che un caccia americano tranciò il cavo di una funivia sul Cermis, in Trentino, uccidendo 20 persone. Il governo D’Alema chiese la pubblicazione dell’accordo bilaterale del 1954. Ottenne qualcosa, ma le intese tecniche che regolano il funzionamento delle singole basi rimasero riservate. La seconda è più interessante. Un documento del 2008, pubblicato da WikiLeaks e mai smentito, rivela che il governo italiano chiese agli americani di togliere il segreto sugli accordi bilaterali, “non vedendone più ragioni di sicurezza”. La risposta dell’ambasciata USA a Roma, dopo aver consultato il comando militare europeo, fu di non accogliere la richiesta. Il motivo? Rendere pubblico il testo “avrebbe alimentato pressioni politiche sull’operato delle forze statunitensi in Italia, col rischio di limitarlo alle sole operazioni NATO”. In pratica: se gli italiani leggono gli accordi, potrebbero dirci di no. Meglio non farglieli leggere.
Ok, premessa fatta. Veniamo a quello che sappiamo.
La distinzione chiave - quella che Meloni ha usato in radio mercoledì - è tra “operazioni cinetiche” e “operazioni non cinetiche”. In pratica:
operazioni non cinetiche: logistica, sorvolo, rifornimento, trasporto materiali, intelligence. Per queste bastano autorizzazioni tecniche di routine, senza passaggio parlamentare.
operazioni cinetiche: partire dalla base per andare a bombardare o comunque a fare azioni che implicano l’uso diretto della forza. Per queste serve un’autorizzazione politica del governo “e penso che dovremmo decidere con il Parlamento”, ha detto Meloni.
Su questo, un precedente concreto c'è, ed è proprio l'Iraq. Nel 2003 gli americani chiesero di usare le basi aeree italiane per l'invasione. L'Italia concesse - a patto che gli aerei non andassero direttamente sullo scenario di guerra ma facessero scalo in Turchia. In modo da aggirare, di fatto, la questione operazioni cinetiche vs non cinetiche: se da una base italiana poi fai scalo in Turchia, l’operazione, sulla carta, è di trasporto, quindi rientra nella logistica.
La domanda che resta aperta e su cui si sta discutendo quindi è: dove finisce la logistica e dove inizia la guerra? Un drone che parte da Sigonella carico di missili è logistica finché non preme il grilletto. L’intelligence che identifica un bersaglio è supporto tecnico o partecipazione al bombardamento? La distinzione tra “cinetico” e “non cinetico” è netta sulla carta. Nella pratica di una guerra moderna, molto meno. E galleggiando su quest’area grigia, in realtà, gli aerei statunitensi stanno transitando anche dalle basi spagnole, come ha ricostruito El Mundo e come, di fatto, fecero con le basi italiane nel 2003.
Perché le basi contano
Ok, tutto questo potrebbe sembrare un esercizio teorico. Ma non lo è assolutamente. Già dai primi giorni di guerra, le basi sono diventate bersagli.
Quando l’Iran ha risposto ai bombardamenti americani e israeliani, ha colpito prima di tutto le installazioni militari USA nella regione. Il caso più grave: il porto di Shuaiba, in Kuwait. La mattina del primo marzo - secondo giorno di guerra - un drone iraniano ha colpito un centro operativo improvvisato all’interno del porto. L’edificio era un container-ufficio riadattato, senza sistemi anti-drone, senza sistema di allerta funzionante. Sei riservisti della 103ª Sustainment Command di Des Moines, Iowa, sono morti. Il più giovane, il sergente Declan Coady, aveva 20 anni. Un’inchiesta di CBS News ha rivelato che i soldati erano stati spostati lì dalla base principale di Camp Arifjan proprio per disperdersi e ridurre il rischio di essere colpiti. Il bersaglio si è spostato con loro.
Poi sono arrivati gli attacchi alle basi in Bahrain, Qatar, Emirati. E poi Cipro. E qui si apre un capitolo che va capito bene, perché potrebbe cambiare la natura di questa guerra.
La base britannica di Akrotiri, sull’isola di Cipro, è stata colpita da un drone nei primi giorni del conflitto. Cipro è un membro dell’Unione Europea, ma non della NATO. Però Akrotiri è territorio d’oltremare britannico - una di quelle bizzarrie della storia coloniale per cui il Regno Unito mantiene due pezzi di Cipro come basi militari dal 1960. E il Regno Unito è membro NATO.
E quindi ecco che appena la base britannica a Cipro è stata colpita si è iniziato a parlare di Articolo 5. Negli ultimi 4 anni ne abbiamo parlato all’infinito: dice che un attacco armato contro uno o più membri dell’Alleanza è considerato un attacco contro tutti. È la clausola di difesa collettiva, il cuore dell’Alleanza. È stata invocata una sola volta nella storia, dopo l’11 settembre 2001. Ma appunto deve essere invocata dal paese colpito. E il Regno Unito non l’ha fatto.
E qualche giorno dopo i fatti di Cipro, un missile iraniano è finito nei cieli della Turchia - che è membro NATO a pieno titolo - probabilmente diretto verso la base ed è stato abbattuto da un sistema americano prima di colpire il suolo turco. Se quel missile avesse colpito per sbaglio una città turca, chissà…
Il punto è semplice e concreto: se ospiti una base americana, diventi un bersaglio.
E l’Italia?
La scena è questa: alla Camera si presentano Crosetto e Tajani per le comunicazioni del governo sulla situazione in Medio Oriente. È il primo confronto parlamentare dall’inizio della guerra. L’opposizione protesta perché la premier non è in Aula. Meloni parlerà al Parlamento mercoledì 11, anticipando le comunicazioni previste prima del Consiglio europeo e allargandole alla crisi Iran.
Ecco cosa è successo mercoledì.
Tajani parla per primo. Il ministro degli Esteri ha una postura misurata, istituzionale:
L’Italia non è in guerra - dice - bisogna privilegiare la via diplomatica, il governo lavora con i partner europei.
Sulle basi: non è arrivata nessuna richiesta.
Sui bombardamenti americani e israeliani, la frase che dice tutto sulla sua posizione: “Il dibattito sul diritto internazionale vale fino a un certo punto, se qualcuno rischia di morire”. L’aria è tesa, ci sono urla, cartelli dell’opposizione (”Fratelli di Trump”, “L’Italia non si Usa”).
Poi i numeri del ministero: quasi 10.000 italiani sono stati aiutati a rientrare dalle aree a rischio.
Poi tocca a Crosetto, il ministro della Difesa:
L’opposizione lo incalza: gli attacchi su Teheran sono dentro o fuori il diritto internazionale? Crosetto è molto più netto di Tajani: “Certo che è stata al di fuori delle regole del diritto internazionale”.
Poi va oltre, e dice cose abbastanza sorprendenti: “È una guerra partita all’insaputa del mondo. Neanche la più alta catena di comando americana sapeva degli aerei”.
E poi la frase che mi è rimasta più in testa: “Siamo sull’orlo dell’abisso”.
Sulle basi: “Ad oggi non è pervenuta alcuna richiesta. L’Italia non è in guerra e non è stata coinvolta. Se dovessero emergere richieste, torneremo qui”.
E ancora: “Siamo una media potenza con forza politica molto limitata. L’unica possibilità è moltiplicarla con le alleanze”.
Stessa Aula, stessa mattinata. Tajani che dice che il diritto internazionale vale fino a un certo punto. Crosetto che dice che è stato violato. Due ministri dello stesso governo.
La Camera vota la risoluzione di maggioranza: 179 sì, 100 no, 14 astenuti. Sulle basi, una formula che dice di voler “confermare il rispetto del quadro giuridico degli accordi internazionali vigenti”. L’opposizione, sull’uso delle basi militari, attacca: “Dovete dire di no già adesso, perché sarebbe contro l’articolo 11 della Costituzione” (articolo 11 = “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”).
Ecco, e qui torniamo alla domanda del titolo. L’Italia può dire di no?
La risposta tecnica è: sì. Sigonella 1985 lo dimostra. E, spiega Meloni, che per le operazioni cinetiche serve l’autorizzazione italiana.
Ma la risposta politica è molto più complicata. La Spagna ha due installazioni americane principali - Rota e Morón, nel sud del paese. L’Italia ha Aviano, Sigonella, Camp Darby, Gaeta, il comando NATO a Napoli. Ha il più grande deposito di armi americano fuori dagli Stati Uniti in Toscana. Ha la più grande base di droni del Mediterraneo in Sicilia. La Spagna ha una posizione NATO meno integrata e una storia - le Azzorre, Atocha, il trauma del 2004 - che rende il “no alla guerra” un riflesso quasi identitario. L’Italia ha una dipendenza strategica dagli USA molto più profonda, e un rapporto con Washington che passa anche per la vicinanza personale tra Meloni e Trump.
In meno parole: il costo politico e soprattutto strategico di un “no” per Roma è oggettivamente diverso da quello per Madrid.
E la Cina?
Se c’è un paese al mondo che avrebbe interesse a fermare questa guerra, è la Cina. Pechino è il principale partner economico dell’Iran e il maggiore acquirente del petrolio che transita dallo Stretto di Hormuz: la maggior parte del greggio che passa di lì va verso l’Asia. Eppure il ministro degli Esteri Wang Yi si è limitato a chiedere lo stop: “Questa è una guerra che non doveva accadere” e “le fiamme rischiano di espandersi”.
Parole. Nient’altro.
Su questo ho scambiato un paio di ragionamenti con Pietro, uno dei più accaniti lettori di Pausa, che mi ha girato un’analisi che Nassim Nicholas Taleb - quello di Antifragile e Il Cigno Nero - ha definito “the most insightful comment I’ve seen on this war”.
La tesi è suggestiva e ve la riassumo: l’America, trascinando il Medio Oriente in una guerra per Israele, starebbe smantellando da sola la propria egemonia. I paesi del Golfo - fondamento del petrodollaro - starebbero già discutendo di uscire dai contratti americani. L’Arabia Saudita ha iniziato a vendere petrolio alla Cina in yuan nel 2023. I BRICS si sono allargati includendo sauditi, emiratini e iraniani nello stesso blocco. E nel frattempo Pechino ha costruito in silenzio l’infrastruttura alternativa: la Belt & Road in 150 paesi, il sistema di pagamenti CIPS come alternativa a SWIFT, ferrovie e porti in tutta l’Africa. Tutto senza sparare un colpo. Il silenzio cinese sull’Iran, in quest’ottica, sarebbe la mossa più paziente e devastante sulla scacchiera: l’America si smonta da sola, la Cina eredita tutto.
È un’analisi brillante ma a naso la trovo un po’ troppo romantica. Per almeno tre motivi.
Il primo: il silenzio cinese non è solo pazienza, è anche il fatto che la Cina non può fare granché senza basi in quella zona. Vi ricordate il numero di prima? 750 basi americane in oltre 80 paesi. La Cina ne ha due. Non puoi proiettare forza militare se non hai da dove proiettarla.
Il secondo: la Repubblica islamica iraniana per Xi potrebbe essere un asset sacrificabile più che un vero alleato - anche perché se Hormuz si chiude del tutto è proprio la Cina che ci rimette di più.
Il terzo: i paesi sunniti del Golfo - sauditi, emiratini, gli altri - difficilmente si arrabbieranno davvero se qualcuno bombarda l’Iran sciita al posto loro. Non è esattamente il loro migliore amico. Quindi non penso che il “pivoting” verso Pechino sia così imminente come suggerisce quella tesi.
Sono sensazioni, non certezze, quindi prendetele assolutamente con le pinze. Ma ecco il punto strutturale che vedo: la differenza tra essere una potenza economica e una potenza militare globale sta tanto nelle basi che hai (o che non hai). Gli americani sono entrambe le cose. La Cina, per ora, solo la prima.
Altri 4 mini-capitoletti per ampliare il contesto
1. Quanto ci costa questa guerra
Lo Stretto di Hormuz è di fatto chiuso al traffico marittimo. È lo stretto tra Iran e Oman, largo 33 chilometri nel punto più stretto, attraverso cui passa circa un quinto del petrolio consumato nel mondo. Da quando è scoppiata la guerra, le navi non ci passano più.
I numeri sono questi. Il Brent, il benchmark internazionale del petrolio, ha superato stanotte i 100 dollari al barile per la prima volta in quasi quattro anni. Prima della guerra era a 70. Il gas TTF europeo - il prezzo di riferimento per il gas naturale in Europa - è salito di oltre il 50% in una settimana: il balzo più grande dall’estate 2023, quando l’Europa era in piena crisi energetica. Ma comunque in termini assoluti ancora molto lontano da allora:
E l’avrete notato anche voi: i prezzi di benzina e gasolio alla pompa sono già saliti. Ma - e questo è il punto - il petrolio disponibile adesso nei serbatoi dei distributori è stato comprato prima della guerra, a un prezzo inferiore. Il petrolio caro non è ancora arrivato. Eppure i prezzi salgono lo stesso.
Perché? Chicca l’ha spiegato bene in un video questa settimana: le compagnie non fissano i prezzi in base a quanto hanno pagato ieri, ma in base a quanto dovranno pagare domani. E quel prezzo si decide sui mercati finanziari, con i contratti futures. Quando scoppia una crisi, i futures salgono subito - non perché il petrolio sia già scarso, ma perché i mercati scommettono sul fatto che lo diventerà. Gli economisti hanno un nome per questo meccanismo: “rockets and feathers”. I prezzi salgono come razzi e scendono come piume.
Dopo l’attacco israeliano ai depositi petroliferi di Teheran nella notte di sabato, il quadro non potrà che peggiorare. Il parlamento iraniano ha avvertito: i prezzi del petrolio continueranno a salire finché la guerra non si ferma. Se Hormuz resta chiuso e le infrastrutture energetiche iraniane vengono degradate, siamo solo all’inizio.
2. I fatti della settimana
La guerra USA-Israele-Iran è entrata nella seconda settimana. Ecco i fatti principali per chi ha bisogno di rimettersi in pari.
I numeri. Oltre 1.300 persone uccise in Iran secondo la Mezzaluna Rossa iraniana, circa 300 in Libano, una dozzina in Israele. I numeri restano difficili da verificare in modo indipendente: le cifre sulle vittime civili rispetto a quelle militari non sono state confermate da fonti terze, e il governo USA non fornisce stime proprie. Israele dichiara di aver raggiunto “quasi completa superiorità aerea” con 2.500 attacchi e l’80% delle difese aeree iraniane distrutte.
La nuova Guida Suprema. Nella notte tra domenica e lunedì l'Assemblea degli Esperti ha scelto Mojtaba Khamenei - il figlio dell'ayatollah ucciso - come nuova Guida Suprema dell'Iran. Proprio quello che Trump aveva definito "inaccettabile", dicendo che voleva scegliere lui il prossimo leader iraniano. L'Iran l'ha scelto lo stesso. Israele e Stati Uniti avevano minacciato di ucciderlo se fosse stato nominato. La sua famiglia è stata in gran parte uccisa nei bombardamenti: la moglie, la madre, un figlio. Lui stesso sarebbe stato ferito nei primi giorni di guerra, secondo fonti di intelligence citate dai giornali israeliani. Adesso è il bersaglio numero uno.
3. Perché l’Iran spara a tutti?
Nella scorsa Pausa abbiamo spiegato come siamo arrivati alla guerra. Questa settimana la domanda, oltre allo spiegone sulle basi, è un’altra: perché l’Iran non colpisce solo Israele e gli americani, ma anche Kuwait, Bahrain, Qatar, Emirati, Azerbaigian, e ancora ieri notte Dubai?
Ci sono almeno tre ragioni che si sovrappongono.
La prima è militare: l’Iran colpisce i paesi del Golfo perché ospitano le basi USA da cui partono le operazioni. Non è un attacco a quei paesi in sé, ma alle piattaforme americane sul loro territorio. E se alcuni missili o droni sbagliano mira o vengono intercettati e cadono su edifici civili, effetti collaterali e, anzi, motivo numero due:
La seconda è strategica, ed è la più cinica: se cado io, cade tutto. Bloccare Hormuz, colpire le raffinerie saudite, fermare il LNG del Qatar - tutto questo dice ai paesi della regione e all’Occidente: la vostra economia dipende dalla mia stabilità. Fermate gli americani, o il prezzo lo pagate anche voi.
La terza è logistica: rendere inutilizzabile lo spazio aereo del Golfo significa bloccare il principale snodo di transito tra Occidente e Asia, ovvero gli aeroporti di Dubai e Doha. Migliaia di voli cancellati, centinaia di migliaia di passeggeri bloccati, compagnie come Emirates a terra. Non solo petrolio: tutto. E quindi, di nuovo, suggerire velatamente un: fermate gli americani.
Intanto però sabato il presidente iraniano Pezeshkian si è scusato pubblicamente con i paesi vicini, parlando di “miscommunication in the ranks” - un’espressione che suggerisce che i Pasdaran si muovano per conto proprio, rispondendo non al presidente civile ma alla catena di comando militare che faceva capo direttamente a Khamenei. Poi ha ritrattato sotto pressione dei falchi interni. E Dubai è stata colpita ancora nella notte tra il 7 e l’8 marzo. Le scuse durano poco.
Altra domanda: l’Iran ha abbastanza missili? Il ritmo dei lanci sta calando. Gli USA dicono che i lanci balistici iraniani sono diminuiti del 90% rispetto al primo giorno, i droni dell’83%. Secondo Fars News (agenzia vicina ai Pasdaran) l’Iran ha sparato oltre 500 missili balistici e quasi 2.000 droni nella prima settimana: circa il 40% verso Israele, il 60% verso basi USA nella regione. L’Iran sta esaurendo le scorte, oppure sta razionando per una guerra lunga. Probabilmente un po’ di entrambe le cose.
4. Ora le carte le ha Zelensky
Zelensky e i droni. E poi c’è una storia che se la raccontavi un mese fa nessuno ci credeva. Gli Stati Uniti hanno chiesto all’Ucraina aiuto per abbattere gli Shahed iraniani nel Golfo. Sì: gli stessi droni che la Russia usa da quattro anni per bombardare l’Ucraina e che gli americani - con tutto il loro budget militare da mille miliardi - non hanno mai imparato a contrastare efficacemente. La difesa ucraina in questi quattro anni ha sviluppato competenze e droni intercettori che costano una frazione e funzionano meglio contro gli Shahed.
Due settimane al referendum
Tra due settimane, il 22 e 23 marzo, si vota al referendum sulla giustizia. Se non l’avete letta, la Pausa numero 44 è il vostro bigino:
Bonus chi l’avrebbe mai detto
Chicca ha deciso che su Instagram dovevamo fare questo trend, quindi eccoci:
Alla prossima!
Io sono Federico Graziani e questa è Pausa, la newsletter di Rassegnally che vi fa prendere fiato in mezzo all’inondazione di news quotidiane: vi racconta la settimana appena trascorsa, mettendo in fila le notizie e spiegandole.
Rassegnally è un progetto editoriale di Rassy, l’agenzia di social media journalism che ho co-fondato nel gennaio 2024 e vuole essere il punto di riferimento per chi fa media sui social.













